Febbraio 26, 2007

Io traccio (cerco di tracciare), liberamente, il taglio dei miei occhi come fosse un’occasione per fissare lumi sulle varie direzioni. Cerco di restare attento, per quante ombre procura l’accadere nel viaggio, nel “transito”.

Eppure non esistono le parole, con ogni evidenza, e non si può fissare lumi su nessun parlare. Oppure, ammettendo che le parole esistano, queste dovrebbero sempre venire prima di noi, dirci (dire noi, il nostro esistere come detti dalle parole), poiché saremmo noi, allora, il loro strumento… Ma, se esistessero, sarebbero davvero armi… In fin dei conti Kafka dice(va): “Ogni parola rigata nella mano degli spiriti […] diventa una lancia rivolta contro chi parla.”

Sarà sempre possibile, infatti, scoprire noi nella scrittura: questa durata, dove gli oggetti della musica sono più visibili. Subito, la scrittura, mette a fuoco gli occhi. E cerca presto di raggiungere il rogo, punto che fra le anime è diverso.

Per me si può donare solo quello che si è, e chi ci è accanto è (siamo) sempre noi, mai qualcuno d’altro. Siamo persone di persone. Non abbiamo nulla. Siamo soltanto nelle parole.

 

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Già, io cammino disordinatamente, tra l’angolatura di figure e di sfondi, per zone di macchie musicali… Talvolta depone del buon lavoro…

[Da Stefano Salvi, paragrafi in limine, diversità in atto di un articolo di/sulla “poetica” ancora in moto di decisione]

 

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Credo che siano le cose a guardarci (e ad avere sentimento di noi), e, poi, i miei occhi si chiudono male, non ho mai occasioni per tollerare lo spreco di vista: l’elenco di quanto mi giunge è una “panoramica”, sì, ma minima (ad esempio, colgo, anche nello scrivere, sempre meno occasioni in un solo giorno, figuriamoci in una sola vita…), intollerabilmente parziale, di dettagli immobili […]. C’è una zona di luce commovente, e c’è il mondo e ci sono i segreti musicali […]. Un tracciato compiuto ci (de)finisce, ci paralizza: noi siamo l’aperto, come i soffi di noi si spalancano in ogni posizione del vento…